
Decidere che si può licenziare senza giusta causa è simile a molte altre cose che succedevano e succedono in società molto poco civilizzate e poco evolute.
Non è una grande trovata quella di combattere il mercato globale con la rinuncia alle conquiste di dignità raggiunte attraverso lunghi e difficili percorsi evolutivi della nostra società e delle nostre aziende.
Un’operaio disoccupato cessa di essere un consumatore perciò il lavoro, specialmente quello stabile, è una risorsa per tutti e soprattutto per chi deve vendere i suoi prodotti e/o servizi.
Un’ azienda che pensa di risolvere i suoi problemi licenziando con facilità non potrà mai diventare un’azienda competitiva perché, invece di investire in ricerca e promozione, penserà di risolvere i suoi problemi licenziando, rinunciando con ciò alla sua crescita.
Non è una grande trovata quella di combattere il mercato globale con la rinuncia alle conquiste di dignità raggiunte attraverso lunghi e difficili percorsi evolutivi della nostra società e delle nostre aziende.
Un’operaio disoccupato cessa di essere un consumatore perciò il lavoro, specialmente quello stabile, è una risorsa per tutti e soprattutto per chi deve vendere i suoi prodotti e/o servizi.
Un’ azienda che pensa di risolvere i suoi problemi licenziando con facilità non potrà mai diventare un’azienda competitiva perché, invece di investire in ricerca e promozione, penserà di risolvere i suoi problemi licenziando, rinunciando con ciò alla sua crescita.
Un mordi e fuggi che sicuramente non è propizio alla formazione di una classe imprenditoriale vincente.
Se un’azienda non riesce stare sul mercato, svolgendo la sua opera sociale di far lavorare e vivere dignitosamente i suoi dipendenti, è un’azienda che non serve al paese.
Le aziende delocalizzano? L’unica risposta politica è quella di creare le condizioni perché possano rimanere qua.
Bisogna anche capire che le regole, sopratutto quelle meno compiacenti, servono a porre delle condizioni che costringono e obbligano le aziende a formarsi e riformarsi alle esigenze di un mercato nuovo in continua evoluzione senza per questo stravolgere la vita delle persone.
Non dobbiamo modificare quelle regole che rappresentano la qualità del nostro sistema sociale ma dobbiamo interpretare meglio le possibilità che il mercato offre modificando anche profondamente la tipologia e qualità dell’ offerta. Forse in Italia è opportuno rinunciare al sostegno a qualche indirizzo produttivo, anche tradizionale, magari orientando gli investimenti pubblici, ad esempio, verso l’offerta di un turismo culturale di qualità con la valorizzazione delle specificità dei territori e del patrimonio storico di cui esistono, ancora dormienti, enormi risorse e/o sottoutilizzate potenzialità.
Facilitare o abdicare "per ragioni di opportunità" al ritorno della “Jungla” vuol dire rinunciare a tutte quelle sicurezze che oramai tutti eravamo abituati ad avere. Vuol dire rinunciare ad un sistema che aveva i suoi meccanismi oliati e collaudati. Piegarsi alla brutalità della forza cieca del più forte, di quello che costa meno, non è una soluzione di cui compiacersi e nemmeno una corretta assunzione di realtà, ma una vera sconfitta.
Dobbiamo lottare affinchè i cinesi e indiani (e tanti altri) raggiungano presto i nostri standard di civiltà e non noi regredire alla loro condizione.
Da noi già si licenziava senza giusta causa e questo, ai nostri lavoratori, non piaceva. Non piaceva a nessuno prestare soldi a chi non aveva solite basi per poter fronteggiare il pagamento del debito. E’ piaciuto a tutti che i lavoratori abbiano avuto solide basi di reddito. Ciò ha permesso lo sviluppo delle nostre città, lo sviluppo delle nostre aziende, il miglioramento della qualità della nostra vita in tutti i sensi.
Vogliamo rinunciare a tutto questo con la semplice assunzione del dato reale che sino ad oggi abbiamo vissuto “ al di sopra” delle nostre possibilità? E’ questa la dimostrazione della nostra tanto vantata intelligenza? E’ tutta qua la nostra capacità reazione?
Io spero veramente che destra, sinistra, centro, si impegnino a fondo per non far rinunciare alle conquiste di civiltà e benessere raggiunte. Sarebbe una sconfitta per tutti. Il licenziamento per giusta causa è una di queste...chi non lo riconosce è in malafede.
Se un’azienda non riesce stare sul mercato, svolgendo la sua opera sociale di far lavorare e vivere dignitosamente i suoi dipendenti, è un’azienda che non serve al paese.
Le aziende delocalizzano? L’unica risposta politica è quella di creare le condizioni perché possano rimanere qua.
Bisogna anche capire che le regole, sopratutto quelle meno compiacenti, servono a porre delle condizioni che costringono e obbligano le aziende a formarsi e riformarsi alle esigenze di un mercato nuovo in continua evoluzione senza per questo stravolgere la vita delle persone.
Non dobbiamo modificare quelle regole che rappresentano la qualità del nostro sistema sociale ma dobbiamo interpretare meglio le possibilità che il mercato offre modificando anche profondamente la tipologia e qualità dell’ offerta. Forse in Italia è opportuno rinunciare al sostegno a qualche indirizzo produttivo, anche tradizionale, magari orientando gli investimenti pubblici, ad esempio, verso l’offerta di un turismo culturale di qualità con la valorizzazione delle specificità dei territori e del patrimonio storico di cui esistono, ancora dormienti, enormi risorse e/o sottoutilizzate potenzialità.
Facilitare o abdicare "per ragioni di opportunità" al ritorno della “Jungla” vuol dire rinunciare a tutte quelle sicurezze che oramai tutti eravamo abituati ad avere. Vuol dire rinunciare ad un sistema che aveva i suoi meccanismi oliati e collaudati. Piegarsi alla brutalità della forza cieca del più forte, di quello che costa meno, non è una soluzione di cui compiacersi e nemmeno una corretta assunzione di realtà, ma una vera sconfitta.
Dobbiamo lottare affinchè i cinesi e indiani (e tanti altri) raggiungano presto i nostri standard di civiltà e non noi regredire alla loro condizione.
Da noi già si licenziava senza giusta causa e questo, ai nostri lavoratori, non piaceva. Non piaceva a nessuno prestare soldi a chi non aveva solite basi per poter fronteggiare il pagamento del debito. E’ piaciuto a tutti che i lavoratori abbiano avuto solide basi di reddito. Ciò ha permesso lo sviluppo delle nostre città, lo sviluppo delle nostre aziende, il miglioramento della qualità della nostra vita in tutti i sensi.
Vogliamo rinunciare a tutto questo con la semplice assunzione del dato reale che sino ad oggi abbiamo vissuto “ al di sopra” delle nostre possibilità? E’ questa la dimostrazione della nostra tanto vantata intelligenza? E’ tutta qua la nostra capacità reazione?
Io spero veramente che destra, sinistra, centro, si impegnino a fondo per non far rinunciare alle conquiste di civiltà e benessere raggiunte. Sarebbe una sconfitta per tutti. Il licenziamento per giusta causa è una di queste...chi non lo riconosce è in malafede.
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